025di Anna La Prova

Sempre più spesso mi capitano richieste, da parte di genitori di bambini adottati,perchè presentano difficoltà di attenzione e concentrazione o di apprendimento.

In genere la richiesta parte da una segnalazione della scuola, che rileva nei bambini difficoltà ad ambientarsi e a concentrarsi, molto simili a quelle che si riscontrano anche nei bambini con ADHD.

In realtà la difficoltà di attenzione e i comportamenti iperattivi, nei bambini adottati, anche se a livello fenomenologico sono gli stessi dei bambini con un vero e proprio disturbo dell’attenzione, spesso sono dovuti a cause diverse. Cerchiamo di capire meglio quale può essere il vissuto di un bambino adottato e perché è importante che a scuola se ne tenga conto.

Molto spesso i bambini adottati hanno vissuto situazioni di abbandono e di solitudine. Nella maggioranza dei casi provengono da situazioni di istituzionalizzazione che si sono protratte per lungo tempo e possono aver subito maltrattamenti di tipo fisico e/o psicologico.

Hanno una storia familiare diversa da quella degli altri bambini, non hanno avuto modo, fino al momento dell’adozione, di sentirsi “UNICO e SPECIALE” per qualcuno, “PENSATO” nella mente di qualcuno, spesso la percezione di sé è stata quella di essere “UNO TRA TANTI” che se c’è o non c’è è più o meno la stessa cosa.

Oltre a questo, se provengono da paesi extracomunitari o comunque più poveri del nostro, si trovano d’un tratto catapultati in una realtà totalmente diversa da quella vissuta sino a quel momento (un po’ come se noi ci ritrovassimo su Marte dopo 4 h d’areo), con il compito di dover mettere in ordine nella propria mente:

 – una nuova lingua

– le regole del nuovo paese

– tutti gli stimoli visivi, uditivi e tattili

– nuove modalità di relazione (spesso saranno figli unici nella famiglia adottiva, quindi passano di colpo dall’essere uno tra tanti, all’essere unico … ma questo può non essere immediatamente integrato) e molto altro….

 La cosa si complica se provengono da precedenti situazioni di affidamento o di adozioni non riuscite, che hanno dato loro modo di sperimentare (e ahimè rinforzare) nuovamente l’esperienza dell’abbandono, con il rischio che si sia consolidata l’immagine di sé “Nessuno mi vuole, quindi non vado bene/sono cattivo/sbagliato”.

Oltre a dover “mettere insieme i pezzi” e le nuove informazioni della loro nuova vita, molto spesso devono ancora integrare ed elaborare i pezzi della condizione precedente, a volte alcuni di loro ci tengono a chiamarsi in modo diverso o a rifiutarsi, una volta appreso l’italiano, di parlare nella lingua d’origine, probabilmente proprio per “mettere ordine” e distinguere bene il prima e il dopo.

Ricerche in merito ci dicono che, diversamente da quanto potrebbe apparire per il fatto che imparano velocemente la lingua del paese adottivo, i bambini adottati impiegheranno molto tempo per riuscire a sentirsi realmente integrati ed appartenenti al nuovo paese, per poter a loro volta “adottare” sia mamma e papà, che la scuola, che gli amici.

Ma veniamo al momento dell’ingresso a scuola, momento che spesso può essere affrontato con difficoltà dai bambini adottati per diverse ragioni, ma sicuramente 2 in particolare:

1) il contesto classe può ricordare loro l’esperienza dell’istituto, in cui si è uno tra tanti e bisogna condividere inevitabilmente l’attenzione della maestra (come dell’istitutrice/educatrice prima), con altri bambini, così come bisogna stare a regole precise di convivenza, il tutto può riattivare ricordi spiacevoli se non addirittura traumatici.

2) E’ un confronto inevitabile con altri bambini che saranno, molto probabilmente, più capaci di loro in tante aree, prima fra tutte quella linguistica, ma poi nella capacità di sapere come “si sta” in questo paese e in questo nuovo contesto sociale.

3) Il compito di dover integrare tanti stimoli nuovi e tante informazioni nuove, li porta molto facilmente ad essere attratti ora da questo ora da quello, con la conseguenza che in classe gli insegnanti riscontrano problemi di attenzione e concentrazione.

4) Il compito di dover gestire tante nuove emozioni, positive e negative, può portare a condotte iperattive.

Se questi vissuti non vengono accolti e compresi, spesso si possono verificare anche comportamenti oppositivi e provocatori che in qualche modo possono voler “testare” quanto l’educatore, l’insegnante o il genitore è affettivamente affidabile. In qualche modo è come se il bambino stesse chiedendo disperatamente “Vediamo se mi vuoi davvero anche se sono odioso e non sono perfetto, o mi abbandoni anche tu” .

Cosa fare allora a scuola? Innanzitutto è importante essere consapevoli di tutti questi aspetti e non pretendere dal bambino adottato che si adegui subito alle regole e alle aspettative del contesto scolastico, allo stesso tempo degli altri. In qualche misura e a seconda delle difficoltà specifiche, il bambino può essere considerato un alunno con Bisogni Educativi Speciali e si può prevedere un Piano Didattico Personalizzato.

Ma anche in assenza di tale piano, è importante che gli insegnanti abbiano un’attenzione particolare al bambino e utilizzino alcune strategie. Ad esempio:

Come per i bambini con difficoltà di attenzione e concentrazione può essere importante prevedere pause tra un compito e l’altro, permettendo, ad esempio al bambino di “ricaricare le batterie”, alzandosi o facendo un gioco che gli piace.
Utilizzare la lode, più che la punizione, per ottenere il rispetto delle regole di classe, ricordiamo che il bambino deve imparare a fidarsi delle nuove figure educative con cui ha a che fare, per cui un atteggiamento punitivo non farebbe altro che confermargli l’idea che lui non è amabile e alimenterebbe condotte oppositive. La lode può essere realizzata in modo sistematico, ad esempio con un sistema di premi per ciascun comportamento/regola positivo previsto in classe, ma sarebbe importante che l’insegnante desse “carezze emotive” al bambino tutte le volte che può, dicendo ad esempio “ottimo lavoro”, “fantastico ce l’hai fatta”, “Esatto! Grande! Batti il 5!”, oppure mettendo in atto comportamenti non verbali di riconoscimento, come occhiolino, pollice su, pacchetta sulla spalla.


Se il bambino fa fatica a rispettare le regole di classe, armarsi di pazienza e fargli presente la regola che ha infranto e quale è il comportamento alternativo che ci si aspettava da lui, ad esempio: E ricordarsi sempre di lodarlo, anche solo verbalmente, se ci riesce.

Un aspetto molto importante da tenere presente, per i bambini che hanno bisogno di costruire un’immagine di sé buona, compromessa da esperienze terribili, è la necessità di riuscire a trasmettere il messaggio “Ti capisco, va bene quello che provi”. Questo si può realizzare se prima di un richiamo, rispetto ad un comportamento negativo, si fa precedere la frase da una del tipo “Mi rendo conto che … Capisco che … So che è difficile … ma (seguito dalla regola che bisogna rispettare), ad es.: “Luca, lo so che è difficile stare attenti per tanto tempo, ma non si può uscire dalla classe mentre stiamo lavorando, bisogna rimanere ancora un po’ di tempo seduti, poi usciamo tutti”, oppure “Capisco che sei stanco/arrabbiato, ma è importante terminare questo compito adesso, così dopo sarai più libero”.

La comunicazione è molto importante per trasmettere all’altro una percezione di lui, dire una frase in un modo piuttosto che in un altro determina degli effetti emotivi nelle persone (e nei bambini ancora di più) totalmente differenti. Se un bambino, con un vissuto devastante di abbandono o rifiuto o violenza, si sente continuamente accettato in quello che prova, sarà molto più disponibile ad adeguarsi alle richieste piuttosto che ad opporsi.

Infine ricorda sempre che “il bambino che ha più bisogno d’amore, lo chiederà nei modi meno amorevoli” (M. Kutscher)