pastellidi Giorgia De Fabritiis

Non di rado nelle realtà scolastiche gli studenti manifestano difficoltà di vario genere, divenendo pertanto oggetto di particolare interesse ed osservazione da parte dell’istituto che li accoglie. A volte le problematiche sono già state preventivamente segnalate dalla famiglia, che richiama l’attenzione di esperti affinché vi si attribuisca un senso. Una volta che il processo è innescato, ci si muove generalmente in un’ottica integrativa, volta cioè ad agire sul soggetto in difficoltà affinché possa essere “inglobato” dal sistema di cui è parte. Cosa vuol dire questo? che il ragazzo viene affidato ad una figura (insegnate di sostegno, AEC ecc.), che lo segue ed aiuta a ripristinare una situazione ritenuta più adeguata, che rientri cioè in uno stato di normalità attesa. Proviamo ad interrogarci sulle conseguenze di questa diffusa modalità d’agire, domandandoci anche se esistano dei modelli alternativi d’intervento, con altre potenzialità d’efficacia, che possano essere anche un’occasione per fronteggiare quell’emarginazione con cui spesso questi soggetti in difficoltà si trovano a dover combattere.

Anzitutto un aspetto da sottolineare è che questi allievi spesso divengono vittima di un etichettamento selvaggio: associare un ragazzo ad una patologia conclamata con un processo eccessivamente lineare comporta spesso una difficoltà a vedere anche la complessità di cui è portatore. Leggere la persona tramite la sola lente del deficit da cui è afflitta, non aiuta a vederne anche le risorse, anzi! E se di quella persona si vedono solo i limiti, probabilmente se ne deduce che gli unici a potersene occupare sono proprio gli operatori specializzati che se ne fanno carico. Peggio ancora: in un’ottica riparativa, ci si aspetta che quella persona smetta di essere d’intralcio per il normale andamento dell’intero gruppo classe.

Questo avviene in genere in quei contesti in cui si  fa fatica a cogliere la diversità come una potenziale risorsa, ma la si etichetta come intralcio e basta. Proviamo a proporre qualche esempio di quali potrebbero essere i primi passi in una direzione diversa:

 

  • OSSERVAZIONE. Osservando e ascoltando attentamente, è possibile cogliere la globalità di chi si ha di fronte: oltre al disagio, quali desideri e capacità manifesta?
  • AZIONE. Dopo questo tipo di riflessione sarà sicuramente più facile ripensare a dei programmi educativi specifici, che siano calibrati tanto sulle criticità, quanto sulle risorse del singolo: in che modo quest’ultime possono essere potenziate?
  • INCLUSIONE. Un sistema inclusivo è un sistema che non isola il soggetto cercando di inglobarlo, ma che si ridefinisce in funzione delle necessità di tutti i membri che ne sono parte. Un’azione concreta può essere quella di non lasciare necessariamente la persona con difficoltà in disparte durante le attività curriculari, ma provare comunque a coinvolgerla, sfruttando le potenzialità del gruppo classe: ai compagni può essere chiarito che il loro compagno non è diverso, ha solamente bisogno di metodologie di apprendimento e/o relazionali differenti, che non lo rendono comunque meno capace di stare all’interno di una realtà gruppale, ma che è solo bisognoso di una specifica attenzione.

 

Chi sono i protagonisti di questi processi? tutte le figure scolastiche che hanno in qualche modo un contatto diretto con la persona, quindi non solo le figure di sostegno a cui vengono affidate; queste coopereranno con le figure genitoriali, le quali possono fornire dati per una lettura più approfondita della realtà di quel ragazzo specifico; eventualmente riceveranno aiuto anche da figure esperte, in grado di fornire quel supporto necessario che metta in luce gli aspetti di complessità, per arrivare ad ipotizzare degli obiettivi di sviluppo possibili.

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