bambino-spaventatodi Jennifer Virone

“Tobia era un vecchio signore che abitava da solo in una grande città. Da quando era andato in pensione, passava le sue giornate alla finestra, curioso e affascinato dal mondo indaffarato che lo circondava. Dopo aver sorseggiato il suo caffè e letto un bel giornale, si dilettava a guardare le persone avvicendarsi per la via e si divertiva ad immaginare le loro storie, i loro programmi per la giornata..questo lo faceva sentire un po’ più impegnato e meno annoiato..Con il passare del tempo Tobia iniziò a notare che quelle persone sempre di fretta e spesso in affanno avevano tutte qualcosa in comune: un problema da risolvere e poco tempo per farlo. Un giorno ebbe un’idea geniale: avrebbe riempito i vuoti delle sue giornate inventando un nuovo lavoro…il risolutore! Il suo senso d’osservazione e il suo intuito potevano alleggerire le giornate di quei passanti togliendo loro qualche fardello e lui avrebbe trovato un’attività stimolante per passare il tempo. Le soluzioni creative che proponeva cominciarono ad essere così apprezzate che presto Tobia “il risolutore” diventò famoso nella sua città. Più aumentavano le richieste, più risolvere i problemi diventava una sfida a cui lui non voleva sottrarsi, finché con il passare dei mesi Tobia cominciò ad annoiarsi di nuovo: i problemi erano sempre gli stessi, spesso sciocchi o insensati; possibile che stessero chiedendo quelle cose a lui? Poteva usare la sua energia per questioni che lo offendevano per la loro semplicità? Aveva passato le giornate a dare così tante risposte agli altri che non aveva più tempo per darle a sé, come se tutto quel lavoro mentale lo avesse pian piano anestetizzato. Rimaneva solo la rabbia e la delusione per quel mondo che dalla sua finestra sembrava tanto intrigante e che ora lo annoiava di nuovo. Si era avvicinato agli altri per annoiarsi di meno e aveva finito per annoiarsi di più. Aveva risolto i problemi di tutti e non il suo, perché non si era dato il permesso di vederlo….”

Cosa c’entra la storia di Tobia con i nostri gifted? Possiamo immaginarla come una metafora del modo in cui un bambino plusdotato vive il mondo che lo circonda: interessante, pieno di interrogativi, ma a volte deludente se guardato da vicino. I bambini ad alto potenziale cognitivo sono spesso molto curiosi e “insaziabili”, tanto da mettere a dura prova chi si trova a relazionarsi con loro. La voglia di sapere è un punto di forza eccezionale che non sempre viene appagato, perché le domande sono spesso molte più delle risposte. La grande capacità di problem solving che i gifted possiedono li rende intuitivi e affascinati dai misteri, dai rompi-capo, dagli argomenti non convenzionali. E finché questi ci sono, tutto va bene. Ma cosa succede quando un bambino o un ragazzo plusdotato inizia a non trovare nulla di stimolante in ciò che lo circonda? Cosa fa quando non c’è più niente “da scoprire”? Si annoia. Si annoia profondamente e si arrabbia, perché persino chi gli vuole bene non sa come aiutarlo. Le proposte del mondo esterno diventano banali, ripetitive, irrisorie e le relazioni si riducono, perché sentite come insoddisfacenti. Il gifted, un pò come Tobia, inizia a studiare per conto suo, a ricercare interessi altrove, per “anestetizzare” la sgradevole sensazione che la noia procura. Le altre emozioni nel frattempo vengono appiattite dalla sensazione di non avere nulla da fare o che qualsiasi cosa sarà deludente. Questo vissuto, però, non ha tanto a che fare con l’assenza di stimoli, quanto con la presenza di bisogni emotivi non soddisfatti: la noia è solo un sintomo, un’emozione-sentinella che ci è utile a capire che qualcosa non va.

Come possiamo aiutare un gifted che si sente annoiato?

Questo problema è spesso evidente a scuola, tanto che i nostri gifted sono spesso etichettati come disattenti, iperattivi o oppositivi. Ciò che si suggerisce alle insegnanti, nella strutturazione di un percorso personalizzato, è di offrire loro occasioni strutturate di approfondimento verticale, che quindi soddisfino la curiosità senza però far sentire il bambino “messo in un angolo”, ad aspettare il tempo che passa.

Per un bambino o un ragazzo gifted è importante sentirsi riconosciuto nei suoi bisogni: deve sentire che l’adulto comprende il suo problema e sta cercando insieme a lui un modo per fronteggiarlo.

Puntare sulla loro capacità di problem solving può essere un’utile strumento di “intrattenimento”: ciascun argomento, se letto nella sua complessità, può aprire interrogativi interessanti per un gifted e questo gli consente di restare sul tema trattato senza la frustrazione di conoscerlo già nella sua interezza.

Può essere utile anche offrire spunti di cambiamento, dall’attività sportiva al percorso per arrivare a casa, partendo dalle abitudini più semplici, ma soprattutto è importante dare voce ai bisogni interiori e quando questo non è così semplice, accompagnare il gifted nella loro scoperta attraverso l’ascolto e la presenza.

E’ quindi fondamentale comprendere che dietro la noia possono nascondersi questioni emotive difficili da affrontare. Può essere infatti una difesa contro la tristezza, il timore di fallire o quello di restare da soli, l’incapacità di capire i propri bisogni o di non saperli distinguere da quelli degli altri.
Tante possono essere le questioni alla base, una sola quella da tenere a mente: parlare di quello che si cela dietro la noia è il  primo passo per combatterla.

Ecco come finisce la storia di Tobia:

“…aveva sentito la noia senza soffermarsi sulle sue emozioni, mettendo a tacere il senso di solitudine che provava. Ora Tobia aveva due alternative davanti a sé: tornare a casa, con l’intenzione di non uscire mai più, oppure chiedere aiuto a qualcuno. Si prese del tempo per riflettere e, come era solito fare, iniziò a valutare i pro e i contro delle due possibilità. Cosa avrebbe guadagnato a chiudersi in se stesso? Cosa invece avrebbe perso? E se avesse chiesto aiuto, quali erano i rischi? Quali le opportunità? Queste erano le domande che aveva nella testa mentre si accingeva a salire le scale per tornare a casa. La stanchezza però iniziava a farsi sentire…le scale da salire sembravano così tante…Tobia chiese aiuto ad un bambino che passava di lì, il quale saltellando lo accompagnò fino in cima, fiero e contento di essere utile per lui. Il bambino lo salutò, promettendo a gran voce che sarebbe tornato anche il giorno dopo, perché si era divertito un sacco a salire le scale con lui! Certo, per Tobia era stata pur sempre una gran salita, ma con un sorriso e un piccolo aiuto la rampa di scale era sembrata meno faticosa. Ecco, aveva preso la sua decisione.”