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L'attacco di panico può essere il tuo migliore amico

di Anna La Prova

 

ansiaL’attacco di panico può essere un vero amico. Lo ripeto spesso ai miei pazienti che quasi sempre mi guardano sgomenti e si chiedono se non stia scherzando. Poi chiarisco che non sto scherzando e spiego ciò che intendo, ossia che l’ansia e il panico possono essere realmente degli amici preziosi perché se sappiamo ascoltarli ci parlano di noi in un modo che noi stessi non siamo capaci di fare, o meglio: ci parlano di ciò che non vogliamo sapere o non vogliamo vedere, perché temiamo chissà quali conseguenze, ma quando poi decidiamo di ascoltare “il nostro amico panico”, spesso tutto si risolve in una bolla di sapone e ci diciamo “Era questo che non volevo vedere! L’avessi saputo prima! L’avessi ascoltata prima la mia ansia!”.

Vi faccio un esempio:  qualche tempo fa ho visto in terapia una ragazza che mi diceva di provare un’ansia incontenibile simile al panico ogni volta che stava per prendere la metro, questo l’aveva costretta a lasciare il lavoro che era raggiungibile soltanto in metro, poiché arrivarvi con mezzi di superficie era improponibile. Ebbene, indagando un po’ più a fondo scoprimmo che andare al lavoro era per lei simbolo di una crescita che in quel momento di vita non si sentiva di affrontare, perché significava assumersi tutta una serie di responsabilità che al momento non intendeva prendersi. In quel caso il suo amico panico le aveva permesso di dire un NO che non voleva dire in modo autonomo, perché a suo avviso l’avrebbero presa per matta un po’ tutti  (genitori, amici ecc.).

Un’altra volta un uomo di 40 anni, venne da me in terapia perché gli era venuta una forte crisi d’ansia nel momento in cui si era deciso a fare un concorso che gli avrebbe permesso un’avanzamento di carriera. In questo caso il panico gli permetteva di evitare di affrontare il concorso e di rischiare di non superarlo, cosa che lo avrebbe messo profondamente in crisi con se stesso.

Altre volte il sintomo ci “parla di noi” in una maniera talmente evidente che quando ce ne accorgiamo ci viene quasi da sorridere: una giovane donna di 29 anni, mi raccontava che aveva delle crisi d’ansia quando doveva parlare in pubblico, o meglio quando doveva raccontare qualcosa di personale di fronte a più di 2 persone, come amici,  ecc. Scavando nel suo momento di vita viene fuori che stava per prendere delle decisioni importanti della sua vita ed aveva paura di dirlo ai suoi genitori  … Gli esempi potrebbero essere ancora molti, il sunto è che se impariamo ad ascoltare l’ansia, a non temerla e a chiederle “che cosa mi stai dicendo di me che non voglio vedere?” Scopriamo che è davvero una voce importante di noi e che se invece di reprimerla le diamo un po’ di spazio, può essere l’occasione di un cambiamento e di una crescita importante.

 

Che fare?

La terapia cognitivo-comportamentale è annoverata tra le tecniche psicoterapeutiche  più risolutive per affrontare il disturbo d’ansia e di panico. E’ un tipo di terapia che “allena” il paziente a “guardarsi” in modo sempre più automatico e più autonomo, prima, durante e dopo le crisi, così  da riuscire a prevenire, anticipare e gestire l’attacco d’ansia inquadrandolo nel momento di vita vissuto e identificando i pensieri disfunzionali che lo scatenano.  In media il sintomo vero e proprio si affievolisce molto, se no scompare del tutto, nell’arco di 3/6 mesi.

 

E i farmaci?

Non mi piacciono le posizioni rigide, in ogni caso per cui ritengo che essere totalmente contrari ai farmaci non sia un atteggiamento funzionale. Pensare che il farmaco possa essere una cura, però, credo possa essere atrettanto deleterio, per cui spesso parlo ai miei pazienti del farmaco come di una "stampella momentanea" che può aiutare per un periodo limitato di tempo a tamponare il disagio, ma che deve essere lasciato quanto prima, in modo da poter imparare a camminare con le proprie gambe, senza stampelle appunto.

Non vedo vere controindicazioni nell'utilizzo dei farmaci, se non il rischio di una possibile dipendenza mentale, più che fisica: in qualche modo, la difficoltà può essere quella di non saper più distinguere se la gestione del sintomo avviene per il farmaco o perchè la persona ha realmente imparato a conoscersi meglio e ad ascoltarsi, per questo credo che bisognerebbe lasciarlo al più presto. Nonostante questo sono convinta che in certe condizioni, alleviare i sintomi, anche con un farmaco, possa essere l'unica strada. Purtroppo però questi casi sono davvero i casi limite, mentre spesso,  ahimè, incontro persone a cui sono stati rpescritti farmaci anche laddove i sintomi erano gestibili  con un minimo di psicoeducazione, come avviene in genere con i sintomi d'ansia, ossia che dopo poche sedute la persona che ha compreso il meccanismo dell'ansia, riesce a gestire molto bene il sintomo.

 
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